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5 apr 2014

Waiting for Brasil… (1° puntata)

Dopo averci scherzato su con il carro di Carnevale organizzato dalla nostra associazione, adesso è tempo di cominciare a fare sul serio. Ebbene sì, tre mesi scarsi e poi sarà già tempo di Mondiali. Un evento attesissimo, probabilmente la competizione più coinvolgente ed emozionante, capace come nessuna di cancellare le rivalità di club e unire tutti attorno ad un’unica maglia, quella azzurra nel nostro caso. Per questo, abbiamo ideato una rubrica denominata “Waiting for Brasil…”, all’interno della quale vi daremo un’ampia panoramica delle squadre qualificate dividendole a seconda dei gironi. Andremo ad analizzare le rose, le aspettative e le possibili sorprese che ci attendono nella rassegna brasiliana. In questa prima puntata, partiamo dai primi tre gironi di qualificazione.

22 gen 2014

Sport

La dura vita dell’allenatore

Paese che vai, usanza che trovi. In Italia, tra le tante, ce n’è una molto in voga negli ultimi anni: l’esonero dell’allenatore. La prima regola non scritta del gioco del calcio è quella secondo la quale, quando le cose vanno male durante la stagione, a pagare è sempre il mister. 

Non a caso, Gianni Morandi nella sua canzone “L’allenatore” descrive perfettamente la vita di questa figura particolare, che “ha dato tanto e ha avuto molto meno ma quanti ostacoli quanto veleno prima di alzare le sue braccia al cielo”. 

23 dic 2013

Sport



UN ANNO DI SPORT

Data importante, numero importante. Parle Serie compie un anno durante il quale, partendo praticamente dal nulla, è riuscito a farsi spazio all'interno della realtà pratolana, con miglioramenti visibili mese dopo mese sia sotto la veste grafica sia a livello di contenuti. 

Durante il 2013 sono successe tante cose nel mondo dello sport e, com'è risaputo, a fine anno è tradizione tirare le somme e ripercorrere tutte le emozioni vissute in questi 12 mesi di sport. Metto subito in chiaro che pretendere di raccontarvi per filo e per segno ogni minimo gol, canestro, punto ecc... sarebbe un grosso peccato di presunzione da parte mia. Quello che voglio fare invece, è riavvolgere il nastro e rivivere alcuni momenti che in qualche modo hanno segnato questa annata sportiva, sprazzi del 2013 di sport che sta volgendo al termine, divisi a seconda delle varie discipline.

23 nov 2013

Sport

Quando il tifo non è più tifo...


L'aereo transitato sopra lo stadio 
Arechi durante il derby Salernitana-Nocerina

“Il calcio è di chi lo ama” è lo slogan adottato per questa stagione calcistica di Serie A. Frase breve ma che racchiude in sé l'essenza del gioco del pallone, il motore che lo fa andare avanti: i tifosi. E' innegabile, infatti, che senza i tanti appassionati che ogni domenica – e i più fortunati anche durante la settimana – si ritrovano davanti allo schermo di una tv o ad una tribuna di uno stadio, attratti da una forza nascosta e misteriosa che li tiene incollati per 90 minuti a guardare 22 persone che prendono a calci un pallone, tutto il sistema crollerebbe, o meglio non avrebbe ragione d'esistere. Capita però che alcune volte, il tifo si trasformi in qualcosa di diverso, una sorta di voglia di imporsi, di dimostrare che se qualcosa non va bene, i tifosi hanno il potere di sovvertirla.

22 ott 2013

Sport

Razzismo e discriminazione nelle curve: punire sì, ma con criterio

In Italia (purtroppo) la tendenza è questa: non ci sono mezzi termini, una cosa o è bianca oppure è nera. E non venitemi ad accusare di populismo, perchè vista e considerata la questione del "razzismo e discriminazione nelle curve", non si può dire altrimenti.

12 ago 2013

Sport

La mia esperienza nel ritiro del Bologna ad Andalo

Con il campionato ancora a bocce ferme e il calciomercato in pieno svolgimento, gli argomenti da trattare scarseggiano. Così ho deciso di raccontarvi la mia esperienza

22 mag 2013

Sport


Good bye Sir Alex Ferguson, con te si chiude un'era

“I grandi amori, come i grandi spettacoli, non dovrebbero mai finire”. Con questa frase, il telecronista fazioso Carlo Pellegatti è solito suggellare le vittorie del Milan. Con la stessa frase, si può esprimere l'amarezza per il ritiro dal calcio di uno degli allenatori più vincenti dell'ultimo trentennio: Sir Alex Ferguson. Il 71enne tecnico scozzese ha segnato un'epoca calcistica, rivoluzionando la figura dell'allenatore che con lui è diventata anche direttore generale, motivatore, responsabile di mercato e, soprattutto, padre per i suoi calciatori. Tutto ebbe inizio nel lontano novembre 1986, quando questo signorotto scozzese cresciuto tra porto (dove lavorava come tornitore) e campi di periferia, arrivò in punta di piedi in Inghilterra dopo aver vinto 11 trofei in patria con l'Aberdeen, tra cui una Coppa delle Coppe contro il Real Madrid e la Supercoppa Europea contro l'Amburgo. Lo United è a secco di vittorie da 26 anni, e si affida a Ferguson per provare a voltare pagina. A conti fatti, si rivelerà una scelta azzeccatissima. Dopo 3 anni e mezzo mette in bacheca la Coppa di Lega, primo di una lunga serie di titoli (saranno 38 alla fine) che hanno portato dritto dritto Fergie nelle pagine di storia del calcio mondiale. La lunga epopea è segnata da tappe fondamentali, indelebili, che hanno contribuito a fare la grandezza di questo allenatore. La prima fu la vittoria incredibile della Champions League '98/'99 contro il Bayern di Monaco: i suoi uomini, sotto per 1-0 a pochi minuti dal termine, riuscirono a ribaltare il risultato nel recupero con la coppia Sheringham-Solskjaer e a riportare la coppa dalle grandi orecchie a Manchester dopo più di 30 anni dalla prima, centrando inoltre uno storico “triplete”. Qualche mese più tardi, Ferguson è insignito del titolo di “Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico” dalla regina in persona, da cui nasce il famoso appellativo “Sir”. Di Champions intanto ne arriverà un'altra nel 2008 contro i rivali del Chelsea, mentre nulla si è potuto nel 2009 e nel 2011 contro lo strapotere del Barcellona di Guardiola, capace di fermare la corsa dei Diavoli di Manchester proprio nell'atto finale. Attorno a questi due paletti, che segnano i picchi di un percorso sempre al top, troviamo qualcosa come 13 campionati inglesi, 5 FA Cup, 4 Coppe di Lega, 10 Supercoppe Europee, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Internazionale e un Mondiale per club. Basterebbe semplicemente questo elenco, senza aggiungere nulla in più, per comprendere quanta storia si porterà dietro il manager dei “Red Devils” con il suo ritiro. Come già detto però, oltre che allenatore Ferguson è stato un responsabile del calciomercato e un padre per i suoi players. Per quanto riguarda il primo aspetto, curato nei minimi dettagli dallo scozzese, basti pensare ai tanti ragazzi arrivati quasi da sconosciuti ad Old Trafford, salvo poi diventare campioni veri: Cantona, Veron, Giggs, Beckham, Rooney, Cristiano Ronaldo sono solo alcuni nomi di una lista ben più lunga. E quando non bastava individuare i calciatori funzionali al progetto, li andava a prendere di persona come successo con Berbatov nell'estate del 2008, quando il bulgaro venne prelevato direttamente all'aeroporto e letteralmente strappato alla concorrenza dei cugini del City. Chiaramente, per gestire un gruppo ben amalgamato di giovani e più esperti, il semplice allenatore può non bastare. 
Ferguson mentre solleva la Champions appena conquistata nella finale di Mosca
contro i rivali del Chelsea
Ecco allora che subentra il Ferguson “padre”, capace di usare il bastone e la carota con tempismo perfetto. Ne sa qualcosa Beckham, che durante una sfuriata di Sir Alex nello spogliatoio a seguito dell'eliminazione in FA Cup per mano dell'Arsenal (2003), si becca uno scarpino in faccia senza mezzi termini. Ne sa qualcosa anche Rooney, che prima annuncia di voler lasciare il club nell'ottobre 2010, poi grazie alla mediazione e alle cure quasi paterne del baronetto scozzese ci ripensa e firma il prolungamento fino al 2015. L'8 maggio rappresenta la deadline di una storia bellissima. L'annuncio è arrivato così, come un fulmine a squarciare il cielo di Manchester, probabilmente dovuto a qualche acciacco fisico di troppo e ad una moglie che reclama più tempo con suo marito. Per dirla ancora alla Pellegatti maniera, il grande amore che lo ha legato al Manchester United e alla sua gente, e il grande spettacolo che ha offerto a tutti gli amanti del calcio, dovrebbero non avere una fine, per far sì che in qualsiasi momento ci sia un esempio per tutti su come si deve essere uomini, prima ancora che allenatori.

Luigi Polce

Sport


VIA LA SCIARPA, RESTANO I PROBLEMI!

Qualche numero fa, vi ho parlato della situazione degli stadi italiani, andandola ad analizzare sotto diversi aspetti e in un'ottica generale. Adesso vorrei addentrarmi più nello specifico, toccando una delle tante fattispecie che vanno a comporre il problema, partendo da un'esperienza personale. Mercoledì 8 maggio, allo Stadio Adriatico di Pescara, si è giocata Pescara-Milan, appuntamento imperdibile per me come per altri tanti pratolani con il rossonero nel cuore. Per l'occasione c'erano anche i miei zii e mio cugino, residenti in Svizzera e tornati a Pratola per la festa della Madonna. I presupposti per una giornata gradevole all'insegna della famiglia c'erano tutti, e in effetti così è stato. Ma un piccolo episodio è andato a macchiare il tutto. 
Parlando con mio cugino prima della partita, gli spiegavo di rispettare i tifosi locali e di non esporre troppo la sua passione rossonera, visto che comunque per noi era una trasferta, e ci si poteva aspettare una reazione poco amichevole da parte di un pubblico depresso dopo la matematica retrocessione in B.
Entrati nello stadio, ci sistemiamo ai nostri posti e assistiamo alla partita e ai 4 goal dei ragazzi di mister Allegri, esultando con pacatezza e godendoci la bellissima giornata di sole che la città dannunziana ci stava regalando. Terminata la partita, ancora con abbigliamento da tifosi addosso, ci rechiamo verso la macchina in tranquillità, quasi già dimentichi della partita appena trascorsa. 
Ad un tratto, un ragazzo invita mio cugino a togliersi la sciarpa, reo secondo lui di tifare Milan nella sua città. Noi lo ignoriamo all'inizio, e lui continua a seguirci chiedendo sempre a mio cugino da dove provenisse. Alla risposta “Svizzera”, il tifoso (se così si può definire), forse sentitosi preso in giro per l'improbabile (secondo lui) provenienza, tira via la sciarpa al mio parente elvetico e, scappando via, la lancia al di là delle recinzioni che separano la strada dallo stadio. E la scena si ripete altre volte ancora, come mi è stato successivamente raccontato, con altri tifosi rossoneri protagonisti. 
Noi comunque continuiamo per la nostra strada e andiamo via, non dando troppo peso alla cosa anche perchè sarebbe stato francamente inutile andare a controbattere sulla questione. Certo, un pochino dispiace visto che, per esempio, in Svizzera come in tanti altri paesi europei ci si insulta dagli spalti durante i 90 minuti, poi finisce tutto lì. Invece in Italia, il fatto calcistico diventa fatto personale, e se qualcuno indossa una maglia o una sciarpa della squadra avversaria nella nostra città, ci sentiamo violati e deturpati quasi come se avessero fatto del male alla nostra famiglia. 
Ci tengo a precisare che non è mia intenzione fare di tutta l'erba un fascio, perchè dire che queste cose succedono solo a Pescara o che i tifosi di oggi sono tutti così sarebbe una mancanza di rispetto clamorosa verso tutte le persone che allo stadio si comportano in maniera esemplare. Purtroppo però, vedere certe scene dovute a futili motivi pallonari fa riflettere perchè, come ben sanno le persone più grandi di me, i problemi nella vita sono altri e non riguardano certo 22 calciatori pagati profumatamente per quello che fanno. Tocca a noi responsabilizzarci, perchè per risolvere la questione non ci sono tessere del tifoso, tornelli o biglietti nominativi che tengano.

Luigi Polce

23 apr 2013

Sport


“Quiss ev fort!”: Salvatore Puglielli

Cari lettori, ben tornati all'ormai consueto appuntamento con “Quiss ev fort!”. Protagonista di questa puntata una delle icone del calcio pratolano e dello sport peligno in generale, che in paese tutti conoscono e apprezzano: Salvatore Puglielli, nato a Pratola il 22 giugno 1961. Andiamo a ripercorrere la sua storia nei campi da gioco.

Ciao Salvatore. Cominciamo con la classica domanda del ruolo in campo, anche se nel tuo caso è quasi scontato.
(ride) “Ovviamente portiere”

Dunque immagino che il tuo mito calcistico sia un portiere.
“Esatto. E' il grande Dino Zoff”

Bene. Adesso dicci un pregio e un difetto che avevi da portiere.
“Il mio pregio era lo spiccato senso di posizione che avevo tra i pali. Il mio difetto forse le uscite, qualche volta non impeccabili”

Come ti sei avvicinato a questo magnifico sport?
“Si giocava per le strade e negli oratori, luoghi importanti perché ti facevano crescere socialmente oltre che fisicamente, e da lì capivi se provavi passione o meno per il calcio. Poi eventualmente si passava a giocare sul serio in una delle squadre del circondario”

E tu non potevi non scegliere Pratola per iniziare.
“Certamente. Ho cominciato nel '72 con la Pro Calcio Pratola (categoria NAGG), dove ho fatto tutta la trafila dalle giovanili fino alla prima squadra, militante in Promozione. Successivamente ci fu la fusione tra Pro Calcio e Sagittario Pratola, e con la squadra che venne a crearsi vinsi il campionato di Prima Categoria nel 1978”

Tutto bello fino ad allora. Poi accade un brutto episodio che segnò la tua carriera.
“Nell'81, a soli venti anni, subii un grave infortunio al ginocchio che per me rappresenta il ricordo più brutto della mia carriera, anche perchè ero nella Rappresentativa regionale e in una fase di crescita delicata per un calciatore. Per colpa di quell'incidente, rimasi lontano dal rettangolo verde per circa 3 anni, considerando che all'epoca il problema era forse più delicato di oggi da trattare. Pensate che sono stato il primo di tutta la regione Abruzzo ad essere sottoposto a questo tipo di operazione”

Dopo il lungo calvario, il ritorno in campo.
“Ripresi a giocare nell'84 con il Raiano, e riuscii a vincere subito un altro campionato di Prima Categoria, disputando così la Promozione”

E, negli ultimi anni, il ritorno a casa.
“Rimasi fino all'89 a Raiano, poi tornai a Pratola fino a fine carriera. Non potevo non tornare da dove avevo cominciato”

In tutti questi anni, quale momento ricordi con maggior piacere?
“Sicuramente la vittoria del campionato di Prima Categoria con il Pratola”

In quale squadra e con quale calciatore ti sarebbe piaciuto giocare?
“Con il Milan del mitico Rivera”


Cosa è cambiato nel calcio moderno rispetto a quando giocavi tu?
“I maggiori cambiamenti si sono avuti nella parte atletica. Oggi il calcio è molto più dinamico e molto meno di qualità rispetto al passato. Basti pensare a quei giocatori che, nonostante una gran classe, faticano a stare ad alti livelli con una scarsa preparazione atletica”

Fatto questo paragone, ritieni sia più difficile per un ragazzo sfondare rispetto al passato?
“Secondo me sì, proprio perchè adesso occorre più forza fisica, da ottenere tramite una vita sana che non tutti i giovani fanno, e si punta meno sulle qualità tecniche”


Luigi Polce

Sport


Ragazzini di oggi, troppo “hi-tech” e poco “social(i)”

L'idea di scrivere un pezzo del genere mi è venuta quasi per caso, durante le vacanze pasquali appena trascorse. Vi racconto brevemente l'episodio.
Mi trovavo a casa di mia nonna, cercando di racimolare qualche pagina di studio lontano da Internet e videogames. Ogni tanto mi affacciavo alla finestra, come faccio sempre, per rivedere quello “spiazzo” dove sono cresciuto e ho trascorso le mie giornate adolescenziali, desolato ormai da quando io e quelli che di solito lo frequentavano siamo cresciuti. «I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone […] sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola,
se ci penso» 
scriveva Pier Paolo Pasolini, come se conoscesse il mio stato d'animo.    Tornato sul libro e immerso nello studio (si fa per dire!), ad un certo punto, sento un rumore che mi fa sobbalzare dalla sedia, e mi riempie di gioia. Sì, è davvero lui, non può essere diversamente: un pallone sta rimbalzando lì fuori, proprio come una volta! Mi precipito alla finestra, e sorridendo vedo 3 bambini dare dei calci ad una palla. Il momento dura poco però, dopo alcuni minuti prendono il pallone e vanno via, forse già stufi. Da questa scena, appunto, nasce l'articolo. Non scopro certo l'acqua calda, ma è comunque bene rimarcare la gravità del problema: i ragazzini di oggi sono sempre più attaccati a Tv, computer, Playstation e chi più ne ha più ne metta, dimenticandosi purtroppo dei giochi di gruppo con i quali noi tutti siamo cresciuti, probabilmente “fuori moda” e non al passo con i tempi.
 Nello specifico, non si vedono più adolescenti in strada a giocare con una sfera tra i piedi (o qualcosa che vagamente la ricordi), impegnati come sono a raccontare la loro giornata sui social network. I motivi sono tanti e noti. Nella società odierna, se non hai Facebook già a 10 anni non sei “in”, se non hai l'ultima console non sei nessuno, se non hai un nuovissimo Tablet da 10” peggio ancora. Magari sarebbe successa la stessa cosa alla mia generazione se ci fossimo trovati in simili condizioni, ma sono scettico al riguardo. Perchè la nostra mentalità era diversa, nel senso che ci piaceva (visto che eravamo abituati così) stare insieme e giocare in strada, all'aria aperta. I telefoni erano quelli che erano, non esistevano mica gli smartphones, e “Facebook” poteva sembrare una strana parola inglese, troppo difficile da capire per un bambino di 10 anni. Perciò si usciva per i vicoli, e ci si inventava qualcosa per passare un paio d'ore.
 Il passatempo preferito era il calcio ovviamente, ma avere una palla era un privilegio per pochi: bisognava accontentarsi di una pigna o qualcos'altro che fosse minimamente “calciabile”, mentre per le porte bastavano due pietre o due tombini, se andava di lusso due cassonetti, e si lavorava di fantasia. Il tempo scorreva velocemente fino a quando, arrivata la sera, si tornava a casa stanchi e sudici ma felici, nonostante i rimbrotti della mamma e le continue lamentele dei vicini. Ed era una scena che si ripeteva in ogni “rione”. Oggi invece lo scenario è completamente cambiato, basta farsi un giro per Pratola per rendersene conto: trovare ragazzi nelle vie e nelle piazze è praticamente impossibile, addirittura ci sono dei campi abbandonati come lo storico Campetto Rosso oppure l'Oratorio (a cui però sono legati problemi di altra natura).
Il mio intento non è quello di fare il moralizzatore di turno, non mi permetterei, ma semplicemente di spronare i giovani lettori e i loro genitori a cercare di eliminare il problema alla radice: la tecnologia c'è e va usata, che sia però un uso intelligente. Evadere dalle mura domestiche e dare quattro calci ad un pallone (prendiamo il calcio come esempio particolare) insieme agli amici è un'ottima palestra di vita, sia dal punto di vista fisico sia soprattutto sociale. Quindi vi invito a passare dall'ignavia all'azione, qualsiasi tipo di azione, poiché come diceva Leopardi nella canzone A un vincitore del pallone “Nostra vita a che val? Solo a spregiarla”.

Luigi Polce

22 mar 2013

Sport


STADI DESERTI, LA ROTTA VA INVERTITA. RIEMPIAMO LA PENISOLA CON TANTI PICCOLI CAMP NOU.


Avete presente il nostro stadio, l'Ezio Ricci, spesso vuoto durante il periodo invernale a causa della posizione scomoda e del rigido clima che caratterizza la zona in cui è situato? Bene, adesso prendete il tutto, traslatelo con le dovute proporzioni alle serie maggiori, e in un batter d'occhio avrete la fotografia esatta di uno dei mali che attanagliano il nostro calcio, ovvero quello degli stadi  deserti. Dalla serie A alla terza categoria, il problema è comune e non di poco conto. La gente è sempre più restia a recarsi allo stadio, e vedere il tutto esaurito a San Siro o all'Olimpico è ormai una chimera, anche in occasione delle partite di cartello, mentre nel resto d'Europa si ammirano spettacoli come quello del Camp Nou di Barcellona, dove una bolgia di quasi 100.000 spettatori ha contribuito a spaventare il Milan e a rendere un po' più agevole la remuntada blaugrana. Eccezione alla regola il nuovissimo Juventus Stadium, costruito però con una capienza contenuta (41.000 posti) per far fronte alla storica diffidenza dei tifosi bianconeri nel seguire la propria squadra dal vivo, visto che né il Delle Alpi né il Comunale hanno avuto l'onore di registrare frequenti “sold out” per i match della Vecchia Signora. Tolta questa eccezione, la situazione in Italia è nera. I motivi che hanno causato (e causano tutt'oggi) questa problematica sono molti. In primis, la situazione di grave crisi economica che ha portato tante persone a rivedere il proprio budget, tagliando le spese di secondaria necessità. Tra costo del biglietto e spese per il viaggio, andare allo stadio sta diventando un lusso per pochi, considerando anche la troppa burocrazia introdotta dallo Stato. Ve lo dico per esperienza personale: è quasi più facile azzeccare un terno a lotto che acquistare un tagliando per le partite più importanti, tra tessera del tifoso, scarsa informazione del personale addetto alla vendita, poca chiarezza sulle modalità di vendita ecc... In più, bisogna contare anche quelli che, pur avendo le possibilità di andare a seguire “live” la propria squadra del cuore in stadi divenuti scomodi e poco moderni, preferiscono abbonarsi ad una pay tv gustandosi lo spettacolo comodamente da casa. Gli abbonamenti infatti sono accessibili a tutte le tasche, grazie a una concorrenza spietata nel settore, e l'offerta è sempre più ricca di contenuti. Dunque il ragionamento che in molti fanno è il seguente: pago molto meno di quanto spenderei per un singolo match, e posso guardarne molti di più. Ragionamento criticato dai fedelissimi degli spalti, che definiscono tutti i seguaci di questa linea di pensiero come “tifosotti da poltrona”. Purtroppo però, dimenticano (o forse non sanno che) gli introiti delle pay tv sono diventati la fiammella che tiene in vita almeno la metà delle società di Serie A e gran parte di quelle di B, visto che appunto sono venuti meno quelli derivanti dallo stadio.
Altro fattore che ha portato allo svuotamento delle tribune, collegato alle tivù a pagamento e ai milioni che girano dietro a questo business, è il rivedibile dislocamento delle partite nell'arco del week-end. Far giocare una gara, seppur importante, alle 20.45 in pieno inverno, è semplicemente da pazzi, mettendo a rischio l'incolumità dei calciatori ma soprattutto dei supporters. Detto ciò, non posso esimermi dall'ammettere che anche noi appassionati abbiamo la nostra fetta di responsabilità. Perchè se è vero che dalla nostra parte ci sono tutte le giustificazioni appena elencate, è anche vero che bisognerebbe cambiare un po' la mentalità. Non tutti, ma tanti di noi, appena le cose per il nostro club si mettono male, ci disaffezioniamo con una velocità pari a quella di Bolt nei 100mt. San Siro con nemmeno 30.000 persone all'interno, quando il Milan faticava ad inizio stagione, ne è un esempio limpido e recente. Per non parlare di quelli che, definendosi “Ultras”, vanno allo stadio solo per creare confusione e sfogare la propria fame di violenza, allontanando le famiglie dal rettangolo verde (questione in parte risolta dalla suddetta tessera del tifoso).
Il problema dunque esiste, e trovare il bandolo della matassa non è certo semplice viste le numerose    circostanze che vanno a comporlo. Innanzitutto, per rivedere gente allo stadio, bisogna sperare che la morsa della crisi economica sul nostro Paese si allenti, consentendo agli italiani di tornare a spendere anche per le cose di importanza secondaria. Poi, occorre che i club vengano incontro alle esigenze degli “aficionados”, abbassando i prezzi dei biglietti, proponendo pacchetti che includano più partite ad un costo favorevole e (almeno quelli più importanti)  dotandosi di uno stadio di proprietà confortevole e ricco di servizi, seguendo il modello della Germania (nazione che, guarda caso, ci ha da poco superati nel Ranking Uefa, classifica per le compagini europee). Con quali soldi perseguire l'obiettivo è ancora un mistero, resta il fatto che la rotta in un modo o nell'altro va invertita, per far sì che anche gli stadi italiani possano diventare accoglienti e accessibili per i tifosi e temibili (in senso sportivo, s'intende) per le avversarie estere, come tanti piccoli Camp Nou sparsi per la penisola.

Luigi Polce

Sport


QUISS EV FORT: WALTER PETRELLA

Altro numero, altra puntata di “Quiss ev fort!”. Stavolta parleremo di Walter Petrella, nato a Pratola il 23/08/1946, ex professore di matematica della scuola media del paese ora in pensione, che si è fatto valere per le sue abilità calcistiche in un periodo cruciale per la storia del calcio pratolano.

Ciao Walter. Innanzitutto, in che posizione eri solito giocare?
“Mezz'ala”

Descrivi una qualità e un difetto del Walter calciatore.
“I miei pregi erano la tecnica, la visione di gioco e la capacità di mandare in goal le punte. Il mio difetto invece era rappresentato dal fatto che non correvo molto”.

Ora entriamo nel vivo dell'intervista: raccontaci la tua carriera calcistica.
“Io non parlerei di carriera visto che, ai miei tempi, si giocava soprattutto per passione. Eravamo tutti ragazzi che frequentavano quotidianamente il campetto dell'oratorio, in terra battuta prima e in asfalto poi, gestito dal mitico padre Coluzzi”.

Ragazzi che poi hanno scritto pagine importanti per la storia del calcio pratolano.
“Esatto. Infatti, agli inizi degli anni sessanta, organizzammo un torneo presso il campo situato dietro l'ex ITIS, che diede lo slancio decisivo alla rinascita del calcio a Pratola.
Nel 1964 poi, ci iscrivemmo al campionato di seconda categoria, vinto l'anno successivo. Quindi la prima categoria e, finalmente, l'eccellenza dove avevamo come avversari squadre come Sulmona, Teramo, Avezzano, Francavilla, Roseto, Montorio, ecc. Senza ombra di dubbio, questo è stato il periodo più bello per il risorto calcio del nostro paese”.

Tornando sul personale, c'è un momento della tua esperienza sportiva che ricordi con particolare piacere?
“La vittoria a Sulmona nella prima domenica di maggio del 1968, durante i festeggiamenti in onore della Madonna della Libera”.

In quale squadra e con quale calciatore ti sarebbe piaciuto giocare?
“Il mio sogno era quello di giocare nell'Inter, insieme al mio idolo Suarez”.

Paragonando il “tuo” calcio a quello moderno, ritieni sia più difficile per un ragazzo sfondare rispetto al passato?
“Ai miei tempi il calcio era più lento, più fantasioso e anche più ragionato. Penso che se un ragazzo ha le qualità è più facile imporsi oggi”.

Chiudiamo con un consiglio a tutti i giovani che si affacciano al mondo del pallone. Dall'alto della tua esperienza, e visti i tuoi trascorsi da insegnante, consigli agli aspiranti giocatori di puntare sul calcio oppure credi sia più opportuno dedicarsi agli studi?
“Nel calcio, come nella vita, non è facile "sfondare". Personalmente ho preferito lo studio, rinunciando ad una convocazione in nazionale dilettanti perchè dovevo sostenere un esame”.



Luigi Polce

22 feb 2013

Sport


“QUISS EV FORT!”: DINO DI BACCO

Novità in vista per la sezione sportiva di “Parle Serie”. A partire da questo numero, infatti, farà la sua comparsa sulle pagine del nostro giornale “Quiss ev fort!”. Faccio gli onori di casa, e ve la presento: si tratta di una rubrica che racconterà, mese dopo mese, le storie di nostri compaesani che si sono fatti valere nel mondo del calcio. Daremo la parola direttamente a loro, ripercorrendo carriera, sensazioni, esperienze e ricordi della vita calcistica di tutti quelli che “Ivn fort a jucà a pallaun”. Fatte le dovute introduzioni, partiamo con il primo numero. Protagonista è Dino Di Bacco, meglio conosciuto come “Maccascione”, nato a Pratola Peligna il 28/08/1960.

Ciao Dino. Iniziamo il racconto partendo dalla caratteristica base di ogni calciatore. Qual era il tuo ruolo in campo?
«Centrocampista».

Svelaci una qualità e un difetto del Dino calciatore.
«Il mio pregio era senza dubbio la tecnica individuale, mentre non ero particolarmente portato nel colpo di testa».

Adesso raccontaci: quando hai iniziato a giocare?
«I primi calci al pallone risalgono al periodo 1970-1975, ovviamente a Pratola, sotto la guida del maestro Domenico Zavarella e di Dino Di Simone. Nella stagione 76/77 mi sono trasferito nel Sulmona di mister Taverna, dove disputai uno splendido campionato  culminato con la vittoria del campionato di Eccellenza».

Poi è arrivata la svolta. Cosa è successo?
«La svolta arrivò l'anno seguente, quando venni acquistato dall'Avellino calcio, appena promosso in Serie A. Militai nella Primavera della squadra irpina come giovane di serie, guidato da mister Landini. Anche quella fu un'esperienza straordinaria (condita da due convocazioni in prima squadra), che mi procurò le attenzioni di diverse squadre campane di Serie C e D. Accettai la proposta dell'Isernia, la quale proprio in quell'anno conquistò l'approdo al livello professionistico.
Il richiamo di casa però era forte, e fu così che feci ritorno al Sulmona. Con gli ovidiani disputai il campionato di Serie D e mi laureai campione d'Italia con la formazione giovanile. A questo seguirono tanti altri campionati divisi tra Sulmona e Pratola, fino a quando decisi che era giuntio il momento di appendere le scarpette al chiodo, all'età di circa 30 anni».

Quali erano le tue sensazioni in quei momenti?
«Sicuramente tanta gioia, dovuta al fatto di praticare il mio sport preferito a certi livelli».

Hai qualche rimpianto per come sono andate le cose?
«Il mio rimpianto più grande è quello di non averci creduto fino in fondo, prendendo la cosa più come divertimento che come " lavoro "».

Dicci la verità: ti aspettavi di arrivare così in alto?
«Non me lo aspettavo, ma ci credevo. Come detto prima però, non ci ho creduto abbastanza per affermarmi ad alti livelli».

Un momento della tua carriera che ricordi con particolare piacere?
«Ci sono stati tanti momenti importanti, se devo sceglierne uno in particolare dico quello in cui mi sono laureato campione d'Italia con i giovani del Sulmona».

In quale squadra e con quale giocatore ti sarebbe piaciuto giocare.
«Essendo milanista, mi sarebbe piaciuto giocare nella mia squadra del cuore insieme al mio idolo Gianni Rivera».

Paragonando il “tuo” calcio a quello moderno, ritieni sia più difficile per un ragazzo sfondare rispetto al passato?
«Se ci sono sia le capacità tecniche sia la volontà di arrivare in alto, non vi è differenza tra passato e presente, ma in modo particolare bisogna avere le CAPACITA'».

Per concludere. Dall'alto dell'esperienza maturata, consigli agli aspiranti giocatori di puntare sul calcio oppure è meglio dedicarsi agli studi?
«Visti i tempi che corrono, è quasi scontato dire che è meglio studiare, senza però dimenticare di inseguire i propri sogni/passioni».


Se conoscete persone disposte a raccontare la loro storia a questa rubrica, o per consigli/suggerimenti, scrivetemi a: superpippo.92@hotmail.it

Luigi Polce

22 gen 2013

Sport


ECCO A VOI “I 3 DEL '93”, GIOVANI CALCIATORI LONTANI DA CASA


“Spazio ai giovani” in questo secondo articolo della sezione sportiva di “Parle Serje”, piccola creatura che sta cominciando a farsi notare nella nostra realtà pratolana, ricevendo consigli e critiche utili a migliorare sempre più, per poi magari acquisire visibilità anche oltre il confine locale. Un po' lo stesso percorso seguito dai tre ragazzi di cui parleremo oggi, partiti da Pratola con il pallone tra i piedi e che oggi tengono alta la bandiera nerostellata lontano da casa. Stiamo parlando di Mirco Petrella, Edison Dema e Massimiliano Di Bacco, protagonisti di una simpatica intervista in cui hanno raccontato passato, presente ed aspettative per il futuro riguardo la loro breve carriera.
1)Cominciamo con una domanda semplice: Ruolo ed età
Mirco:Attaccante esterno, 19 anni
Edison: Attaccante, 19 anni
Massimiliano:Terzino destro/sinistro, 19 anni
2)Fai ora un breve riassunto della tua carriera  
Mirco: dopo i primi anni di scuola calcio nella Virtus Pratola, sono passato al Pescara dove ho fatto tutta la  trafila dagli Esordienti fino alla Primavera, ed infine Teramo dove ho disputato un anno in serie D e quest' anno in C2 (Lega Pro, Seconda Divisione)
Edison: ho iniziato a giocare all'età di 7 anni con la scuola calcio del paese, successivamente mi sono trasferito a Celano a 14 anni dove ho disputato diversi campionati Nazionali nelle categorie Giovanissimi, Allievi e Berretti, fino all'approdo in prima squadra nella stagione 2011/2012, in C2
Massi: ho iniziato all'età di 5 anni con il Pratola dove sono cresciuto fino al primo anno di Giovanissimi Regionali nel 2007. Nell'agosto dello stesso anno sono passato al Celano, appena salito in C2, dove ho fatto tutta la gavetta dai Giovanissimi alla Beretti, fino ad arrivare in prima squadra nella stagione corrente. Dopo aver collezionato 10 presenze in serie D, ho deciso di andare via visto il poco spazio che non mi avrebbe permesso di crescere, e così il 4 gennaio scorso sono stato tesserato dal Sora, sempre in serie D, dove resterò fino a fine stagione
3)Ricordi il tuo esordio?
Mirco: il mio esordio tra i grandi è avvenuto circa un anno e mezzo fa, in occasione della prima partita del campionato nazionale di Serie D Teramo-Civitanovese, terminata 1-1
Edison: lo ricordo come fosse ieri. Il mister della prima squadra mi convocò per la gara di Coppa Italia, che  tra l'altro era un derby per il Celano. Partito dalla panchina, sul parziale di 1-1 l'allenatore mi mandò a fare riscaldamento, e lì cominciai a pensare al mio imminente esordio tra i professionisti. Entrato in campo a metà secondo tempo, nemmeno dopo dieci minuti segnai il mio primo gol tra i professionisti, che valse la vittoria della mia squadra.
Massi: 23/08/2012, match di Coppa Italia Celano-Fidene. Uno dei giorni più belli della mia vita visto che stavo realizzando uno dei miei sogni
4)Svelaci il tuo mito calcistico
Mirco: non ho un giocatore preferito in particolare, però posso dire che sono cresciuto con Miccoli, poi nei primi campionati importanti mi ispiravo a Giovinco e adesso è arrivato Insigne! insomma tutti giocatori che hanno caratteristiche simili alle mie  
Edison: Diego Milito
Massi: Alesssandro Nesta
5)E invece la tua squadra del cuore?
Mirco: Juve per sempre!
Edison: Inter
Massi: Milan
6)Descrivi un tuo pregio e un tuo difetto 
Mirco: il mio pregio, che a volte può rivelarsi un difetto, è la bontà verso tutti! Di difetti invece ne ho tanti, uno dei quali è il mio essere permaloso
Edison: sono generoso e capace di rinunciare alle comodità pur di fare la cosa giusta, ma troppo timido
Massi: ho il pregio di essere umile, mentre il mio difetto è quello di essere troppo buono anche con coloro che non lo meritano
7)Adesso invece vogliamo sapere un pregio e un difetto degli altri due
Mirco: difetti non ne conosco, mentre di pregi tanti: Massi è un grande amico, una persona su cui puoi contare in ogni momento. Eddy è il ragazzo piu tranquillo che abbia mai conosciuto, mai una parola fuori posto, mai un gesto di stizza, mai un errore, sempre perfetto!
Edison: Massimiliano è simpatico ma purtroppo è milanista. Mirco invece è umile, ma juventino
Massi: Eddy è un lottatore, non molla mai, ma è troppo timido. Mirco non dimentica mai gli amici pur vivendo lontano da loro, e ha il mio stesso difetto di essere troppo buono con tutti
8)Il più bel momento e quello più brutto da quando giochi?
Mirco: il mio ricordo più bello è stato senza dubbi il mio gol all'esordio, che è valso il pareggio a 10 minuti dalla fine, siglato proprio sotto la curva teramana! Il più brutto la finale della pole scudetto persa contro il Venezia per 3-2.
Edison: Il più bel momento è stato il gol all'esordio, perchè segnare davanti a così tanta gente non ha prezzo. Il più brutto il mio infortunio che mi ha messo KO per quasi un mese
Massi: Il momento più bello è stato certamente l'esordio in serie D con il Celano. Il più brutto quello della prima tribuna, perchè sentivo che stavo deludendo tutti coloro che credevano in me
9)Te la senti di fare un primo bilancio della tua esperienza calcistica, indicando le aspettative per il futuro?
Mirco: per adesso non posso che essere soddisfatto di quello che sto facendo, consapevole di poter migliorare ancora. Per il mio futuro invece spero di tornare a Pescara, magari in Serie A, per misurarmi con il top del calcio italiano!
Edison: nonostante la mia giovane età, credo di aver vissuto momenti belli e meno belli che mi hanno permesso di maturare molto, e spero che questa esperienza accumulata  mi permetta in futuro di diventare un grande calciatore e dunque realizzare il mio sogno
Massi: penso a fare bene il mio lavoro giorno dopo giorno, poi prenderò quello che verrà, consapevole che il futuro è nelle mie mani
10)Torneresti a Pratola da calciatore?
Mirco: per ora, avendo 19 anni, ambisco a giocare in categorie più importanti, ma se un giorno ci sarà la possibilità, sarei onorato di giocare con la maglia del mio paese!
Edison: un giorno mi piacerebbe tornare a Pratola, perchè penso che giocare con la maglia del proprio paese sia una delle cose più belle e stimolanti che ci possono essere per un calciatore
Massi: certo, un giorno mi piacerebbe tornare a giocare con i miei vecchi compagni a Pratola, magari vincendo qualcosa di importante per il paese!



Luigi Polce




18 dic 2012

Sport


STUDIO+SPORT? YES,WE CAN. ECCO COME...

Se é vero che Spazio Giovane è un punto di incontro delle nostre esperienze di ragazzi – in sede e fuori -, deve esserlo in tutti i settori della vita, soprattutto nello sport che rappresenta il modo più diretto per tenere sano e in forma il corpo e per trascorrere un po' di tempo all'aria aperta. Per questo, nel primo articolo da inserire nella sezione sportiva del giornale, ho deciso di raccontarvi la mia esperienza nello sport bolognese, in particolare nel calcio, anche per smentire le voci di coloro i quali affermano che il binomio studio+sport sia poco attuabile.
Ad essere sincero, quando ho fatto la scelta di andare fuori regione per proseguire il mio percorso di studi, alla preoccupazione di lasciare Pratola, la mia famiglia e i miei amici si aggiungeva quella di non poter più coltivare la mia passione per il calcio, che ha rappresentato una costante nella mia infanzia e adolescenza. Da subito mi sono attivato per cercare squadre a Bologna e dintorni, mandando anche alcune mail senza però ricevere alcuna risposta. Le mie speranze si andavano affievolendo di giorno in giorno, erano ormai passate già due settimane da quando mi ero trasferito nel capoluogo emiliano e non avevo trovato soluzione al problema.
Poi a fine settembre, recatomi allo stadio per seguire Bologna-Inter, tramite un amico comune ho incontrato un ragazzo abruzzese che, venuto a conoscenza della mia voglia di giocare a pallone, mi ha proposto di provare ad effettuare un allenamento con la sua formazione. Già il nome era tutto un programma: si chiamava – e si chiama tutt'ora - Lasagne F.C., militante nella categoria Seniores del campionato UISP. Molti di voi, a questo punto, si staranno chiedendo cosa sia questa “UISP”. Alcuni l'avranno già sentita nominare in occasione delle gare podistiche organizzate nella nostra zona, altri invece non sapranno nemmeno di cosa si parli. Io avevo una vaga idea, ma come voi non mi ero mai imbattuto in questa associazione. Cosa fa in concreto? Essa si occupa di estendere, mediante comitati provinciali, la pratica di numerose attività alla più ampia fascia di cittadini possibile, primo tra tutti il calcio che da sempre rappresenta il passatempo preferito degli italiani. In Emilia la UISP ha un'organizzazione ben radicata e pubblicizzata, a differenza di quanto avviene nella nostra zona, tramite convenzioni con centri sportivi e negozi specializzati, e forse anche grazie a un più grande bacino d'utenza a disposizione, composto da studenti e lavoratori fuorisede in cerca di uno svago e di un'attività utile sia al fisico sia alla mente, in particolare nei casi di tutte quelle persone come me catapultate da un paesino alla realtà di città in breve tempo.
Tornando alla mia esperienza, il mercoledì successivo alla partita mi sono recato all'allenamento delle Lasagne, trovandomi subito a mio agio in un gruppo ben amalgamato di giovani e meno giovani in cui spicca una massiccia rappresentanza della nostra regione. Il primo anno è stato un successo: le Lasagne hanno trionfato in campionato, perdendo però in una semifinale tutta abruzzese (disputata contro una compagine formata da ragazzi di Vasto) la possibilità di poter disputare la finalissima allo stadio Dall'Ara, che avrebbe sancito il team vincitore dell'intera categoria Seniores provinciale. Comunque promosse in Eccellenza Uisp, le Lasagne sono ripartite forte nella nuova stagione cogliendo 3 vittorie e 1 sconfitta, che fa sognare ancora il tanto agognato stadio situato sotto il colle San Luca. Da più di un anno dunque, due volte alla settimana mi ritrovo in compagnia di questa bella truppa, un motivo in più per integrarmi al meglio nella città felsinea e per non rimpiangere la scelta fatta ormai più di un anno fa. Sempre a Bologna, poi, ho avuto modo di entrare in stretto contatto con un'altra faccia del pallone, quella giornalistica. Ma di questo magari vi parlerò nel prossimo numero.


Luigi Polce