Ali Hassoun, il "POPolo vuole"
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22 set 2013
22 mag 2013
Miscellanea
Ovidio senza discepoli
Niente, non ce l’hanno fatta. Sono ancora li. Sit-in, proteste, manifestazioni, striscioni, cartelloni e minacce di occupazione non sono servite a nulla. Gli studenti del liceo classico Ovidio si trovano ancora “scaricati” nell’edificio dell’ex croce rossa dopo aver perso la loro sede storica di piazza XX nel 2009 per inagibilità. Sede che diventa simbolo di un’Italia che spesso non funziona, che dimentica. In 4 anni non è cambiato quasi nulla, anzi, una cosa forse si: il numero di iscritti. Solo due le sezioni formate nel 2012, una miseria.
Che cosa rivendicano gli studenti? Non molto. Rivendicano solo i loro diritti. Citando lo Statuto dello Studente del 1998, la situazione è abbastanza chiara:
«Art 2 comma 8 La scuola si impegna a porre progressivamente in essere le condizioni per assicurare: a) un ambiente favorevole alla crescita integrale della persona e un servizio educativo-didattico di qualità».
La disequazione è molto semplice: Liceo Classico < resto delle scuole. Si parla di didattica, ma non solo. Il classico, liceo immensamente grande per gli studi umanistici, si ritrova ad affrontare programmi ridotti all’osso anche in filosofia(Ritrovarsi a maggio con Hegel non è di certo un granchè). Cambiamenti di sede (ex croce rossa, istituto d’arte..) e cambiamenti di orario (utilizzo dell’orario da 50 minuti per “adattarsi” all’orario dell’artistico) non hanno di certo dato una gran mano. E in tutto questo: dov’è l’impegno?
«d) la salubrità e la sicurezza degli ambienti, che debbono essere adeguati a tutti gli studenti, anche con handicap».
Salubrità e sicurezza son parole che forse, nell’attuale sede del classico, potremmo trovare solo in qualche Zanichelli del ‘98. Parlare di aule disastrate è un eufemismo: mancanza d’illuminazione efficiente, aule divise a metà dal cartongesso, riscaldamento inadeguato. Un mix perfetto per una situazione degradante sia per i professori che per gli alunni. Per anni, gli studenti del Classico sono stati costretti in situazioni non degne del nome che portano sulle spalle. La perdita dell’edificio in piazza XX ha fatto si che l’ora di educazione fisica venisse svolta nei parcheggi e nelle strade (essendoci una concomitanza con le classi dell’artistico) in una situazione di estremo pericolo. Lo stesso edificio che ancora oggi, completamente abbandonato, continua a contenere materiale utile al fine dell’insegnamento: gessi, libri di testo, quaderni ecc.ecc. che potrebbero essere quantomeno ripresi e portati nella nuova sede: magra consolazione.
«Art 2 comma 9. La scuola garantisce e disciplina nel proprio regolamento l'esercizio del diritto di riunione e di assemblea degli studenti, a livello di classe, di corso e di istituto. »
Tin tin tin: altro diritto, altra violazione. Gli ovidiani, dopo il 2009, sono stati costretti a rimboccarsi le maniche anche sotto questo punto di vista. Le assemblee sono state svolte, a spese degli studenti, nell’Auditorium dell’annunziata o nel cinema Pacifico per ovviare alla mancanza della sede principale. Ora non vogliamo colpevolizzare nessuno, non sarebbe giusto, non conoscendo a fondo le vicende. Preoccupiamoci piuttosto di spronare i candidati sindaci dato che, ancora una volta, hanno elegantemente escluso la vicenda “Classico” dai loro programmi. «Fino a quando abuserete della nostra pazienza?»
23 Maggio 2013, la sveglia è suonata.
Hank
22 mar 2013
MIscellanea
LA RICERCA DELLA FELICITA’
Felice: felix, felicis. Chi ha o crede di avere tutto ciò che si può desiderare ed è pienamente soddisfatto.
“La felicità esiste, non perché se ne possiede il concetto, ma perché talvolta ne sperimentiamo la condizione. Una volta vissuta non può essere dimenticata”(Galimberti).
Se ci immergessimo nel “pessimismo” Pascaliano l’uomo, come un “roi déchu”, essendo creato in un mondo infinito, non potrebbe mai raggiungere l’appagamento totale in un mondo finito.
Ma noi siamo ottimisti, ci piace esserlo.
Abbiamo l’idea di felicità perché, come spiega Galimberti, l’abbiamo assaporata, l’abbiamo “toccata” con mano, ma pur avendola percepita resta difficile definirla. Non abbiamo teoremi, formule, leggi o equazioni che la spieghino, ne scienze che se ne occupino a pieno; viviamo con la consapevolezza di poterla raggiungere e siamo altrettanto consapevoli che l’unica via da attraversare è la rovina.
“Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità”(Ugo Foscolo, Ultime Lettere di Jacopo Ortis).
In una società materialista e consumistica ricerchiamo felicità negli oggetti, nelle ricchezze, nelle proprietà.
Ci affanniamo e lottiamo per aver cose che se ci fossero offerte non accetteremmo nemmeno.
“La mentalità tecnologico-prassistica ha identificato la felicità con il benessere materiale […] l’uomo, dopo averlo oramai largamente sperimentato, ha scoperto che non produce quella “felicità” che ci si attendeva […] oggi l’uomo si sente più che mai insoddisfatto […] l’abbondanza dei beni materiali, anziché riempirlo, lo ha spiritualmente svuotato”(G. Reale)
Con un titolo di cinque parole, “L’infelicità di avere tutto”, Reale spiega cosa è accaduto all’uomo. L’uomo che si sente così ricco, così pieno di lussi da scadere paradossalmente nel vuoto interiore.
“Ci sono persone così povere che l’unica cosa che hanno sono i soldi”
Freud, in tono profetico, ci aveva già avvertito. Nel “Disagio della civiltà” ci spiegava il difficile rapporto tra civiltà e felicità, il loro andamento parallelo e il loro paradossale rapporto di proporzionalità inversa. “Il prezzo del progresso si paga con la riduzione della felicità” Quando si dice: si stava meglio quando si stava peggio.
Fortemente critico sul materialismo è anche il filosofo Natali che evidenzia il connubio ricchezza materiale-povertà interiore etichettando gli uomini come “ricchi e soli” e spiegando come per lui la felicità sia “uno stare al mondo sentendosi sempre “situati” […] la felicità non è avere cose: la felicità è una relazione, è un conoscere il mondo […] non si può essere felici da soli”
Se non possiamo definirla e ci è difficile raggiungerla sappiamo come avvicinarla.
Jon Krauker nel suo libro “Nelle terre emerse”, romanzo da cui verrà fuori il celebre “Into the Wild”, spiegava come “la felicità non è tale se non è condivisa”
Contribuire al bene collettivo, relazionarsi positivamente con gli altri evitano di farci diventare isole felici attorniate da un mare di infelicità che finirebbe per risucchiarci.
Il concetto di condivisione, che ci riporta ai valori dell’humanitas cantati da Terenzio e di cui si farà portavoce John Donne con il suo “Per chi suona la campana”, dovrebbe essere il punto di partenza per il raggiungimento della felicità. “Nessun uomo è un’isola […]. Non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”.
Aiutarsi, amarsi, relazionarsi, conoscere ed essere conosciuti. Se ci fosse un “How to…” sulla felicità dovrebbe contenere tutti questi verbi.
Non attacchiamoci alle frivolezze, ai beni, ai lussi; sono“questioni di qualità o una formalità” si domandavano i CCCP.
“Enivrez-vous sans cesse!” ci invitava Baudelaire.
Ubriachiamoci di vita, non lottiamo per le banalità. Lottiamo per la felicità, non ne usciremo sconfitti.
Hank
22 feb 2013
Miscellanea
Gioventù Bruciata?
1948. Underground newyorkese. Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Cassady, Snyder, Corso. Per farla breve: Beat Generation. Nasceva nella Columbia University, si diffondeva nelle strade della Grande Mela e nei frenetici locali jazz di Frisco, attraversava l’America e finiva a tarallucci e benzedrina.
Delusi, ottimisti, rivoltosi, speranzosi, ribelli, beati.
«La Beat Generation è un gruppo di bambini all'angolo della strada che parlano della fine del mondo » li definiva così Kerouac, uno di loro, uno dei migliori.
Giovani dai 18 ai 30 anni, tutti Americani. Vittime di un sistema corrotto, pieno di controversie, alle prese con un conflitto nucleare e trainato da modelli di vita conformistici. Decisero di evadere, erano assenti. Assenza intesa come fuga, viaggio e nomadismo.
Assenza da quella società senza futuro e senza aspettative che non puntavano a cambiare radicalmente ma che rifiutarono perché corrosa dall’ipocrisia e dalla falsità.
«Perché non lasci perdere? Per quale ragione devi rubare di continuo? Il mondo mi deve alcune cose. Ecco tutto».
Alternativi si, ma non troppo. Le scelte stilistiche e contenutistiche dei Beats sono perfettamente rispondenti alle loro posizioni ideologiche: come sono moderatamente riformatori in campo socio-politico, proponendosi di rinnovare gradatamente senza distruggere, « Aiuteremo a modificare le leggi che governavano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte », così nelle loro opere introducono innovazioni, ma senza scardinare un sistema letterario tradizionale, anzi si preoccuparono di conservarne gli elementi caratterizzanti.
Blake, Rimbaud, Baudelaire, Ezra Pound, Hemingway, Whitman, artisti che, in un modo o nell’altro, influenzarono le opere dei beatnik: dal connubio musica-poesia al “free verse”, dall’abuso delle droghe all’evasione della realtà.
Vita spregiudicata, sul filo del rasoio, caratterizzata, come detto, da un abuso eccessivo di droghe: mescalina, acido lisergico, funghi, hashish, marijuana e benzedrina. Esperienze all’ordine del giorno a cui i Beats difficilmente si sottraevano.
Esperienze che danneggiarono il movimento beat, bersagliato continuamente da pubblicità e critiche portate avanti dai conservatori. Così Kerouac e compagni vennero accusati di “non-poesia”, di poca originalità ed etichettati come fenomeni pubblicitari.
Quel che uscì fuori della beat generation fu un movimento passeggero di cui si sottolineò esclusivamente la condotta anarchica della vita.
La forza della beat generation stava proprio nel riuscire a reagire alle invettive degli Americani. Si incontravano, si incoraggiavano e continuavano a scrivere in attesa di un editore che pubblicasse le loro opere.
«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia».
Esordiva così Ginsberg in “Howl”. L’urlo, l’urlo straziante di chi non accettava l’America e la sua involuzione. Un urlo che divenne presto il manifesto della Beat Generation, l’urlo di quella generazione che, grazie al talento di chi vi ha aderito, vivrà per sempre nella storia della letteratura moderna.
«LET'S GO. WHERE ARE WE GO MAN? I DON'T KNOW, BUT WE GOTTA GO»
Hank
22 gen 2013
Miscellanea
“La razza umana esagera tutto: i propri eroi, i propri nemici, la propria importanza. Stronzi! Ecco, mi sento meglio. Stramaledetta razza umana. Ecco, mi sento meglio.”
Potremmo partire da qualsiasi citazione per provare a descrivere e spiegare l’animo del vecchio Bukowski, l’ubriacone da quattro soldi, il misantropo, il cinico, il moscone da bar ma nessuna riuscirebbe a darci un quadro completo della sua essenza. Senza dubbio leggendo frasi del tipo: “Quando sono ubriaco, la mia ispirazione è al massimo, questo significa essere un gran figlio di puttana.” o anche “Tutti hanno paura d'essere culi, questa storia m'ha un po' stufato. Forse sarebbe meglio se diventassimo tutti culi e se ci mettessimo buoni.” è facile cadere nella trappola in cui, ahimè, cascano la maggior parte dei lettori che, accecati dalla scrittura nuda e cruda e dalla descrizione minuziosamente contorta della realtà, si limitano ad etichettarlo come esponente del “dirty realism” o ad assegnargli quel marchio, appartenuto ai vari Kerouac, Burroughs e Cassady, dell’artista maledetto.
Bukowski non dovrebbe essere una semplice lettura d’evasione, il classico libro post-abbuffata delle 14:30; leggere Bukowski significa molto di più , bisogna impegnarsi , tuffarsi tra le sue parole per abbattere quel muro che separa il vero Buk dall’alter-ego Chinaski. Solo confrontandoci con i suoi romanzi, le sue poesie e i suoi racconti possiamo ricavarne un’immagine antitetica rispetto al clichè ormai noto e, purtroppo, troppo in voga nei piccoli bevitori di vodka lemon e redbull sui social network. La visione che tutti dovremmo avere di Buk è quella che Mondelli ci ha regalato con il suo “Goodbye Bukowski” in cui le risse e le ubriacature fanno spazio all’animo mite e timido di un’artista incompreso, al ragazzo impacciato e allo spessore emotivo che lo contraddistingueva.
“Faccio segno di si. Fingo di capire, perché non voglio ferire nessuno. Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta ad una specie di piatto di tagliatelle spirituali. Non importa. Il mio cervello si chiude. Ascolto. Rispondo. E sono troppo ottusi per rendersi conto che io non ci sono.”
Non fraintendete, non voglio far passare Bukowski per il ragazzo casa-chiesa della situazione, non si può negare l’evidenza; quel che vorrei entrasse nella mente di tutti è che Buk non era un diavolo, non era di certo un angelo, era un individuo mosso dal contrasto tra bene e male, dal vizio e dalla virtù, dal peccato e dalla purezza. Perciò, amici miei, sedetevi sulla vostra poltrona da lettura, rilassatevi, riempite il vostro bicchiere con il miglior whiskey della vostra cantina, accendete una sigaretta e immergetevi responsabilmente nella vostra lettura.
DON’T TRY.
Hank
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