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22 gen 2014

Attualtà

Il Tribunale non s’arresta


L’undici di questo mese si è svolta a Sulmona la manifestazione per promuovere il referendum abrogativo in difesa dei tribunali minori, il quale mira appunto ad abrogare la disposizione legislativa prevedente la soppressione dei suddetti ed emanata durante il governo Berlusconi del 2011 e ripresa, poi, dal governo Monti. I quesiti referendari sono voluti da 5 regioni italiane, tra queste copre un ruolo di spicco la regione Abruzzo; ora si attende solo il 15 gennaio prossimo in cui si pronuncerà la Corte costituzionale sull’ammissibilità del referendum.

23 giu 2013

Parola al territorio

“In difesa del tribunale”

Parle Serie, come sempre molto attento alle vicende locali, ha raccolto la testimonianza dell’Avv. Gabriele Tedeschi, presidente dell’ordine degli avvocati di Sulmona dal 1998 e, dal febbraio 2012, presidente del Cofa (Consiglio dell’Ordine Forense Abruzzese), in merito alla battaglia per evitare la chiusura del tribunale di Sulmona.

Da chi è stato deciso il taglio dei tribunali minori? E con quali finalità?

Il taglio è stato deciso dal governo Berlusconi e poi portato avanti dal governo Monti, allo scopo di ridurre i costi e aumentare l’efficienza della giustizia. I tribunali da sopprimere sono trentuno in tutta Italia, i cosiddetti “tribunali minori”. Quelli abruzzesi sono Sulmona, Vasto, Lanciano e Avezzano. Inoltre, recentemente, il Ministro Cancellieri ha detto che il governo andrà avanti nella soppressione.

Cosa ne pensate del taglio dei tribunali?

In realtà non c’è un risparmio dei costi ma un aggravio in termini economici; c’è un aggravio del costo sociale e non c’è neanche un aumento dell’efficienza perché il numero dei magistrati e dei dipendenti rimane uguale.

Qual è stata la vostra reazione?

Durante l’estate di due anni fa, appena si è iniziato a parlare di soppressione, abbiamo subito convocato una prima assemblea con i parlamentari, poi a dicembre c’è stata un’occupazione alla “rovescia” del tribunale, nel senso che facevamo udienze anche la sera, proprio per dare il senso dell’efficienza del tribunale. Infine varie manifestazioni alle quali abbiamo partecipato.

Siete stati appoggiati dalle istituzioni locali? E dai rappresentanti locali delle istituzioni nazionali?

Le istituzioni locali ci hanno appoggiato poco. Come ho sempre detto, a differenza di quello che è successo in altre realtà, dove i sindaci si sono fatti carico in prima persona di condurre questa battaglia, nel circondario del tribunale di Sulmona in molte occasioni abbiamo dovuto portare avanti questa battaglia da soli, nonostante avessimo richiesto l’aiuto delle istituzioni.

Lei, durante le ultime elezioni poliche, si è lamentato che nessun candidato ha dato voce alla vicenda del tribunale di Sulmona. Anche alle elezioni amministrative di Sulmona c’è stato un disinteresse verso questo problema?

Quello del tribunale era un tema completamente assente nella campagna elettorale delle elezioni politiche. A livello amministrativo abbiamo organizzato un incontro con i candidati sindaci di Sulmona per fare in modo che, quello del tribunale, fosse uno dei problemi al centro della campagna elettorale e devo dire che c’è stata un’attenzione  leggermente maggiore  rispetto alle politiche.

Secondo lei sarebbe meglio diminuire i tribunali o aumentare, con nuove assunzioni, il personale?

Per quanto riguarda il personale amministrativo non si hanno assunzioni da 15/20 anni, per cui i trasferimenti avvengono solo per mobilità; quindi, se non verranno destinate delle risorse alla giustizia è chiaro che il sistema non potrà funzionare. Inoltre, con l’accorpamento dei tribunali ci sarà una diminuzione del numero dei magistrati, causata dall’erronea convinzione che ne servano meno. Basti pensare che, ad oggi, il numero dei magistrati non è coperto interamente.

Che comporta la chiusura per il nostro territorio?

Comporta maggiori costi sociali per i cittadini e non per gli avvocati! Perché al tribunale ci si reca non solo per fare le cause ma per tante altre ragioni. E sarà un problema recarsi all’Aquila per ogni minima cosa, si pensi all’Alto Sangro che dista due ore dal nostro capoluogo.

I magistrati cosa pensano del taglio dei tribunali minori?

Questa è una riforma che vogliono i magistrati perché in un tribunale piccolo si lavora di più invece in un tribunale più grande , dietro il discorso delle specializzazioni, c’è in realtà la volontà di fare di meno. Inoltre in un tribunale più grande è più facile “nascondersi”. Ritornando alle specializzazioni, in Abruzzo c’è una legge che prevede le “tabelle infradistrettuali”, inerenti la volontà di far specializzare il giudice, il quale potrebbe fare all’Aquila, Sulmona e Avezzano  le cause del lavoro, del penale e del civile, però i nostri governanti non vogliono che si spostino i giudici ma vogliono che si spostino i cittadini, limitando l’accesso alla giustizia anche fisico. Purtroppo, in questo modo, tanti non vi ricorreranno più.

Una proposta alternativa per evitare la chiusura dei tribunali minori. A livello provinciale e regionale dove si potrebbe tagliare?

Non ci sono soldi da recuperare, perché la gestione del palazzo di giustizia costa 120.000 € l’anno, è una somma irrisoria e quando ci sarà il trasferimento all’Aquila, solo per le notifiche (stima fatta dagli ufficiali giudiziari) lo Stato spenderà 150.000 € in più, quindi non c’è un risparmio! Perché i magistrati e i dipendenti sono gli stessi e ci saranno solo degli aggravi.

Presidente qual' è la via per uscire da questa impasse?

Il problema è che la legge c’è quindi la nostra unica speranza è che la Corte Costituzionale dichiari l’illegittimità costituzionale della legge. La Consulta si pronuncerà sulla questione con l’udienza del 2 e del 3 Luglio. Inoltre, come coordinamento degli ordini forensi minori, a gennaio di quest’anno, abbiamo depositato in Senato una proposta di legge d’iniziativa popolare (con 65.000 firme) per la revisione della geografia giudiziaria, però nessuno l’ha presa in considerazione.


A cura di Marco Alberico

22 mag 2013

Miscellanea


TV: MADRE DELLA NARCOSI SOCIALE

Adorno, famoso sociologo e uno dei massimi esponenti della Scuola di Francoforte, descrive il fenomeno “ dell’industria culturale”, cioè della sistematica opera di omologazione e appiattimento delle diversità degli uomini, al fine di creare bisogni sempre più uguali con l’aiuto indispensabile dei mass media. Il massimo strumento massmediologico naturalmente è la TV, la quale è una macchina narcotizzante, soprattutto se usata in modo sbagliato come avviene in Italia. Infatti, gli italiani, rispetto alla media europea, leggono meno giornali, vedono molta più TV(soprattutto quella “spazzatura”) e ciò li ha trasformati in un popolo acritico e apatico, come conseguenza si può affermare che gli stessi sono investiti da una forte narcosi sociale. La forte concorrenza tra le varie frequenze televisive ha portato, paradossalmente, ad un rafforzamento dell’industria culturali perché sotto le differenze, rimane l’identità di fondo: quella del dominio che l’industria culturale persegue sugli individui: “ciò che di continuamente nuovo essa offre non è che il rappresentarsi in forme sempre diverse di qualcosa di eguale” (Adorno). La macchina dell’industria culturale ruota sul posto: determina essa stessa il consumo ed esclude tutto ciò che è nuovo, che si configura come rischio inutile, avendo eletto a primato di efficacia i suoi prodotti. Una “fabbrica” di soldi in questo senso è la nostra TV spazzatura che influenza in un modo incredibile le nuove generazioni rendendoli una massa informe accettante tutto ciò che gli viene proposto, ogni modello sociale, ogni prodotto, ogni pensiero dell’”età dei figuranti”. Analizziamo la situazione più dettagliatamente.
Ad esempio se ad una ragazza/o dovessimo chiedere: perché vedi “Beautiful”? Alla fine della trasmissioni hai imparato qualcosa di nuovo e di positivo? La risposta categorica sarebbe: si, perché quello/a è bello/a. Continuiamo con la nostra analisi. Se dovessimo chiedere sempre ad un lui o ad una lei: perché vedi il “Grande Fratello”? La risposta sarebbe: per vedere cosa fanno dentro una la casa, è divertente. Il cittadino italiano si è ridotto in questa situazione pietosa per una serie di motivi che animano appunto questa macchina industriale, e cioè: 1) il pettegolezzo; 2)i telespettatori incentrano la loro comunicazione interpersonale con i loro interlocutori sui programmi visti, ovvero diventa il nucleo fondamentale della comunicazione; 3)La società vuole creare un sistema di stupidità, poiché senza tale sistema la stessa non sopravvivrebbe neanche un giorno. Infatti nell’era dell’industria culturale l’individuo non decide più autonomamente: il conflitto tra impulsi e coscienza è risolto con l’adesione acritica dei valori imposti. L’uomo è in balia di una società che lo manipola a piacere:” il consumatore non è sovrano, come l’industria culturale vorrebbe far credere ,non è il suo soggetto bensì il suo oggetto” (Adorno). 
Questo sistema ha come fine principale quello di trasmettere i valori dell’élite sociale, generando una falsa coscienza rassicurante che tende ad eliminare i conflitti ideologici ed economici; i media sono “custodi del consenso”. Quindi possiamo capire che il problema di fondo non è il mezzo TV ma è sistema che c’è dietro. Per riesumare le persone narcotizzate si dovrebbe creare un sistema televisivo alternativo a quello vigente, perché la tv usata in modo corretto è la chiave per risolvere il 90% dei problemi che oggi ci affliggono rendendo tutto così statico e grigio. Se solo immaginassimo una tv con dei telegiornali imparziali i cittadini oggi non si lascerebbero prendere per in giro! La prima soluzione momentanea è spegnere la TV o cambiare immediatamente programma ogni volta che ci troviamo di fronte ad un programma spazzatura. La seconda soluzione è informarsi su quello che vediamo, evidenziare gli aspetti negativi e diffonderli ad amici, conoscenti e chi ha il coraggio anche nelle piazze. 
In sintesi rafforzare la comunicazione interpersonale, la quale permette una comunicazione in cui vi è feedback( botta e risposta), caratteristica sconosciuta alla televisione. Terza ed ultima soluzione è emanare una legge contro il conflitto di interessi. Chi ha televisioni, case editrici, radio ecc. deve essere dichiarato ineleggibile, non per discriminare il soggetto interessato, ma per evitare che ci siano delle “dittature” subdole che possono derivare da coloro che posseggono tali mezzi di telecomunicazione. Non se ne deve fare un discorso politico e guardando la situazione da un punto di vista oggettivo non è un discorso politico, perché sia la destra che la sinistra quando hanno avuto in mano le redini del potere non hanno emanato una legge che vada a regolare il conflitto di interessi, questo succede da 20 anni e sono pochi quelli che percepiscono la strumentalizzazione che ne fanno i partiti. Da troppo tempo una siringa narcotica paralizza l’art. 21 della Costituzione e  l’antidoto giusto per il risveglio è quello di spegnere la TV davanti i talk-show in modo da ricordare ai diretti interessati che la politica deve essere costruita all’interno del parlamento.

Marco Alberico

22 mar 2013

MIscellanea


LIBERI DI DECIDERE FINO ALL’UTIMO RESPIRO

Un tema che incide profondamente sui diritti umani è: in che misura è consentito l’<<accanimento terapeutico>> nei confronti di chi non è in grado di dare il proprio consenso al proseguimento delle cure? Per rispondere a questo interrogativo, da molto tempo si discute del testamento biologico, cioè di una formale dichiarazione anticipata di volontà della singola persona, riconosciuta per legge, circa il trattamento sanitario cui vuole o non vuole essere sottoposto nel caso in cui si trovasse in condizione di non poter manifestare una volontà libera e consapevole. 
I problemi per attuare il testamento biologico sono, da una parte la carenza di una disciplina legislativa e dall’altra l’opposizione da parte di una corrente di pensiero di ispirazione cristiana di forte difesa della vita(anche se c’è una parte del mondo cristiano che sta mostrando un favor a riguardo). Questi due scogli sono contigui tra di loro poiché si influenzano a vicenda; mi spiego meglio. Se in Italia ancora non c’è una legislazione specifica sul testamento biologico è perché tutti gli schieramenti politici sono costretti a strumentalizzare le loro decisioni per prendere una fetta del “quarto potere” dello Stato, cioè quello cristiano. In tutta la sua storia il nostro paese, a differenza di quelli europei, non è riuscita a compiere un passo avanti su importanti diritti umani, a causa del freno a mano ecclesiastico. 
Per questo i nostri nuovi governanti, devono imporsi come ordinamento autonomo e indipendente nei confronti della Santa Chiesa, cioè devono trasformare il principio dell’art.7 della costituzione in sostanza concreta, in modo che lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. Anche l’art. 32 della Cost. è compatibile con l’istituto del testamento biologico, affermando <<nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti nel rispetto della persona umana>>. Dopo aver letto la disposizione costituzionale ci si pone questa domanda: l’idratazione e l’alimentazione artificiali, pur costituendo un trattamento sanitario, costituiscono, in sé, una forma di accanimento terapeutico e di svilimento del rispetto della persona umana? La risposta è soggettiva, però se la si vuole portare verso un’ottica sommariamente oggettiva, si dovrebbe constatare che quando un individuo non è in grado di affrontare psicologicamente un percorso di tipo vegetativo, per mancanza di forze o qualsiasi altra cosa, ciò sarebbe una costrizione della libertà alla vita e alla privacy del soggetto interessato. Questo vuoto normativo comporta molti problemi, perché nel momento in cui il paziente non abbia manifestato(non può in mancanza di una legge) alcuna volontà documentata ci si chiede cosa fare.
 Su questo punto, in Italia, una sentenza della Corte di Cassazione del 2007, riferita ad Eluana Englaro in stato vegetativo da quindici anni, ha deciso che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l’interruzione del trattamento sanitario in presenza di due circostanze tra loro interdipendenti e cioè: 1) che la condizione di stato vegetativo del paziente sia irreversibile, senza alcuna possibilità di recuperò della coscienza e delle capacità di percezione;  2) che sia accertato in modo univoco, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, della personalità e dei convincimenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento. 
La sentenza Englaro è stata molto importante perché ha agevolato il cammino verso una legalizzazione dell’istituto. Infatti, la prima volta che, in Italia, si è assistito a un tentativo riuscito di “legalizzazione” del testamento biologico è stata presso il Tribunale di Modena il 5 novembre del 2008. In quell’occasione il Tribunale decretò la nomina di un “amministratore di sostegno” in favore di un soggetto qualora questo, in futuro, si fosse trovato nelle condizioni di non potere esprimere la propria volontà. L’amministratore, viene investito del compito di esprimere i consensi necessari ai trattamenti medici: in questo modo si attuano gli effetti del testamento biologico pur senza che esso venga veramente scritto e, soprattutto, senza una legge che ne regoli appositamente l’uso. 
L’Italia come vediamo è ancora un paese “arcaico” sui diritti umani e, purtroppo, deve sempre invidiare qualcosa alle altre nazioni europee, poichè il testamento biologico è previsto nei Paesi Bassi, in Svizzera, in Germania, in Inghilterra, in Galles e nella maggior parte degli stati degli Stati Uniti. L’arretratezza italiana è voluta e anche dovuta dalle istituzioni italiane poiché è stata ratificata la Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina (nel 1997): tale Convenzione stabilisce che deve essere tenuta in considerazione la volontà espressa dal paziente precedentemente se, al momento dell’intervento medico, lo stesso non è in grado di esprimersi.
Quindi il testamento biologico sarebbe da considerarsi valido.
 E’ pure vero, però, che lo strumento di ratifica non è stato ancora depositato alla Segreteria Generale del Consiglio d’Europa: di conseguenza, attualmente l’Italia non fa parte della Convenzione di Oviedo. La leggerezza e la noncuranza della nostra classe dirigente non desta scalpore, perché se  in un momento così delicato, non riesce a dare un governo al paese, figuriamoci se riuscisse a dare una risposta alla vita in sé.

                   
Marco Alberico

22 feb 2013

Miscellanea


“NON MI UCCISE LA MORTE, MA DUE GUARDIE BIGOTTE…”


Ogni volta che ascolto la canzone di Fabrizio de Andrè “Blasfemo” mi viene in mente una delle pagine più nere della cronaca italiana, la storia della morte di Stefano Cucchi che ha colpito nel profondo la coscienza sociale e che non si può non raccontare. Stefano Cucchi è un geometra trentunenne romano, un ragazzo appassionato di boxe  che alcuni anni prima della sua morte ha problemi di tossicodipendenza  e viene affidato alle cure di comunità di riabilitazione. La vicenda che lo ha colpito è stata molto dolorosa, sia per le sofferenze patite da lui e dalla sua famiglia, sia perché ha visto fallire la <<macchina giudiziaria>> dello Stato, perché  è stato ucciso più di una volta, è stato ucciso dall’indifferenza delle forze armate, della magistratura, dei medici e infine dalla struttura penitenziaria… 
Tutto ha inizio il 15 ottobre 2009 quando Stefano viene arrestato perché in possesso di hashish, cocaina e alcuni farmaci antiepilettici (essendo epilettico) e successivamente trattenuto  in custodia cautelare; il giorno dopo viene processato per direttissima, già durante il processo si hanno le prime anomalie, poiché il reo aveva difficoltà a camminare e  parlare, ma sia il magistrato giudicante che il magistrato requirente, successivamente interrogati, affermano di non essersi resi conto delle gravi condizioni in cui versava perché non avevano neanche guardato in faccia l’imputato (se fosse davvero così sarebbe meglio impiantare dei robot-magistrati all’interno dei tribunali in modo tale da rendere la magistratura più “umana”) anzi, stabiliscono una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo e che il ragazzo deve rimanere in custodia cautelare a Regina Coeli.
 Subito dopo l’udienza Cucchi è condotto all’ospedale Fatebenefratelli in cui gli vengono diagnosticate lesioni ed ecchimosi al viso, alle gambe, alla vescica, al torace, all’addome e alla colonna vertebrale, nonostante le gravi condizioni il giovane rifiuta il ricovero e per questo in carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente. Successivamente il 17 ottobre  viene spostato al reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini che è stato descritto dall’on. Renato Savina <<una struttura peggio del carcere>> dove si impedisce ai familiari di vedere e avere notizie sul ricovero del trentunenne, poiché gli addetti del 
Pertini approfittano della burocrazia per allungare i tempi della visita. Questo dovrebbe farci riflettere… soddisfatte tutte le esigenze burocratiche, il 22 ottobre la famiglia di Cucchi riesce ad ottenere il permesso, ma ormai è tardi, perché Stefano Cucchi quello stesso giorno perde la vita. Le cause della morte sono state i traumi delle percosse( secondo le indagini, gli agenti di polizia Nicola Manichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici gliele avrebbero procurate con calci e pugni )e  il digiuno che ha comportato l’ipoglicemia( per questo furono indagati i medici Stefania Corbi e Rosita Caponnetti). Gli agenti di polizia penitenziaria sono indagati per lesioni e percosse e i medici per abbandono di incapace. Il 13 dicembre 2012 i periti incaricati dalla III corte d’assise di Roma affermano che Cucchi morì per carenza di cibo e liquidi e le lesioni sul corpo furono causate o da una aggressione o da una caduta accidentale.
 Dopo aver esposto tutti i fatti, la conclusione è: Stefano Cucchi è stato ucciso dallo Stato. La questione non suscita scalpore perché nel nostro ordinamento vigono due costituzioni: una materiale e una formale. Della prima è espressione l’ex Sottosegretario di Stato Giovanardi che sostiene <<Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perché pesava 42 chili>> Giovanardi ha continuato: <<La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente...>>; e della seconda invece è espressione appunto l’art. 27 della Cost. che recita <<Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato>>. Probabilmente 
Giovanardi ignora che qualunque sia la condizione in cui versa il reo la pena deve essere rieducativa! Ed il motivo per cui questi principi costituzionali non riescono a penetrare nel vissuto dei cittadini è la inadeguatezza della classe dirigente italiana ancora accecata da pregiudizi ormai vecchi come i dinosauri. Ultimamente Ilaria Cucchi si è candidata alla Camera alle liste di rivoluzione civile ed è stata fortemente criticata dal solito Giovanardi che ha affermato «Ilaria Cucchi sta sfruttando la tragedia del fratello per costruirsi una carriera politica»; con queste parole l’ex Sottosegretario di Stato arriva a strumentalizzare la morte di una persona ed è una cosa a dir poco vergognosa, perché la candidata ingroiana vuole solo arricchire la politica italiana con la sua tragica esperienza, magari cercando di dare un contributo per migliorare le lacune del sistema penitenziario italiano. 
A prescindere dal colore politico della denuncia del fatto (Ilaria Cucchi infatti ha combattuto questa battaglia per  tre anni senza nessun appoggio politico) bisognerebbe trarre da questo tragico episodio un messaggio forte: è il campanello d’allarme della situazione complessiva del sistema detentivo italiano. Si dovrebbe assolutamente operare una riforma del sistema in questione anche per adattarlo ed uniformarlo a livello comunitario; L’Italia infatti presenta segni di arretratezza ed inadeguatezza rispetto al sistema giudiziario degli altri paesi dell’Unione Europea e, a testimonianza di ciò, il nostro paese è stato più volte denunciato per la violazione dell’art. 6 CEDU che riguarda la conclusione in tempi ragionevoli del procedimento giudiziario.

Marco Alberico

22 gen 2013

Miscellanea


Matrimonio tra persone dello stesso sesso sinonimo d'amore


Nelle prossime elezioni  tutti i partiti politici, con i loro rispettivi leader, stanno incentrando le proprie campagne elettorali principalmente su temi economici o che comunque hanno una maggiore rilevanza nel Paese, trascurano quelli sociali sicuramente non meno importanti, ma che vista la situazione passano in secondo piano. Infatti  dovrebbero  tornare ad essere il nucleo centrale e fondamentale dello “stato sociale” italiano, come lo erano prima dell’aggravarsi della situazione attuale. Un esempio è rappresentato dall’agenda Monti (fortemente criticata da Nichi Vendola, presidente di Sel) che dà poco spazio ai temi del welfare e per questo inadatta a guidare l’Italia. Quest’ultima ha bisogno di politici imbevuti di esperienza sociale in grado di poter cogliere tutte le situazioni che, purtroppo ancora oggi, rendono il nostro paese “barbaro”; per questo una questione da fronteggiare dai nostri futuri governanti sarà il matrimonio tra persone dello stesso sesso, persone come noi, poiché formano una di quelle <<formazioni social>> tutelate dall’art. 2 della Costituzione.
 Il parlamento italiano ha un ruolo molto importante per la legittimazione di queste formazioni sociali perché la Corte di Strasburgo ha riconosciuto alle persone dello stesso sesso un diritto, in base all’art. 8 della Cedu, alla tutela non solo della vita privata, ma, al pari di quelle eterosessuali, anche della vita familiare. La Corte quindi afferma che tra le coppie eterosessuali  e omosessuali una sostanziale similitudine per quanto riguarda il riconoscimento e la tutela giuridica. Allo stesso tempo i giudici di Strasburgo sostengono che, l’art.8 della Cedu, non può obbligare gli ordinamenti nazionali a prevedere per coppie omosessuali l’accesso al matrimonio previsto per quelle eterosessuali; la scelta o meno di prevedere il riconoscimento del matrimonio omosessuale è rimesso alle scelte di ciascun ordinamento nazionale. A questo punto la via per un suo riconoscimento legale è stata acclarata dalla Corte, ora spetta solo al legislatore italiano introdurlo. La nostra Costituzione recita all’art. 3 comma 1: <<Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti la legge, senza distinzione di SESSO, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali>>; quindi la legge non può discriminare le persone in base agli orientamenti sessuali. Invece, prendendo il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, non possiamo differenziare le coppie omosessuali da quelle etero poiché la legge deve trattare in modo eguali situazioni ragionevolmente eguali e in modo diverso situazioni ragionevolmente diverse ma, nel nostro paese, l’amore che prova un omosessuale viene considerato in modo irragionevole  ineguale rispetto a quello di un eterosessuale, perché quest’ultimo è legittimato al matrimonio rispetto al primo. Mi sembra ovvio che, tutti i politici, sia di destra che di sinistra, hanno il timore di trattare questo argomento per il fatto che potrebbero perdere i voti “cristiani” che non mostrano il loro favor per il famoso matrimonio. Vorrei dire agli scettici che i rapporti omosessuali sono una cosa naturale, non sono come dice qualcuno qualcosa di innaturale o di mostruoso, poiché anche in natura è presente questo fenomeno e ciò ci induce a capire che è qualcosa di istintivo, uguale a quello tra un uomo e una donna. Mi  vien da ridere quando sento qualche esponente politico che afferma: << Il sedere serve solo per far espellere e non per prendere>>, questo è il classico esempio di ignoranza e di condizione bigotta che caratterizza questi politici. Questo articolo è dedicato alla sensibilizzazione di un argomento al quale spero che Spazio Giovani prenda parte attivamente, in modo tale da poter far capire a tutte le persone contrarie o scettiche che l’amore è qualcosa di immenso, forte, prorompente che non può essere fermato o limitato. Un mondo che cerca di catturare o impedire il libero esercizio dell’amore è un mondo malato che troverà la sua cura solo quando permetterà all’amore di volare libero in modo tale che possa dispiegare i suoi effetti benefici al 100%.

Marco Alberico